Punto di Montecchio

Punto n.932 del 27-03-2020

            
Perché le nostre chiese tengono le porte chiuse?
Giuliano Menato
Caro Direttore,
nemmeno il suono amico delle campane, non per richiamare alle funzioni religiose doverosamente interrotte ma per rompere il silenzio profondo che ci opprime in questi giorni di isolamento nelle nostre case per il contagio del coronavirus, ci è stato concesso di sentire fino a qualche giorno fa, in alcune nostre parrocchie, segno di presenza e di condivisione.
Tenere chiuse, poi, le porte delle chiese, non solo in tempi di forzato isolamento, ma normalmente nel corso dell’anno, aperte appena negli orari delle messe e dei funerali, è sintomo di una grave crisi di identità della Chiesa oltre che della società. Ne risentono perfino gli spiriti laici come lo scrivente, che non hanno perso la fede nei valori fondanti del Cristianesimo. In momenti di diffusione del morbo, in cui si vietano assembramenti, restino almeno aperte le chiese parrocchiali a sporadiche presenze, così come è consentito andare ogni giorno al supermercato per procurarsi il cibo o in farmacia i medicinali. Auspicando magari, da chi di dovere, qualche presenza in più nei luoghi in cui maggiore è il bisogno, maggiore è la sofferenza, come faceva Padre Cristoforo nei Promessi Sposi.
Potremmo invece fare sempre a meno, nelle nostre chiese, di lunghe prediche prive di sostanza concettuale e spirituale, di cerimonie con canti, suoni e applausi a scena aperta come a teatro, dove sarebbe opportuno riportare ogni appuntamento profano. Restino pure chiuse, in tempi come questi, le chiese-museo, che custodiscono a pagamento tesori d’arte, ma si lascino aperte le chiese a chi intenda, in raccoglimento, elevare un pensiero che tenga viva la speranza oltre che la fede.
Un’immagine che mi è rimasta impressa nei giorni scorsi è stata la passeggiata nella Roma deserta del Pontefice che scende in strada nei momenti di prova per tutti. Il Santo Padre ha trovato aperte le porte di Santa Maria Maggiore, dove ha pregato davanti all’icona della Vergine, e di San Marcello in Corso, dove ha pregato davanti al Crocifisso, alla cui devozione i romani attribuiscono la fine della pestilenza del 1522.


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