Punto di Montecchio

Punto n.945 del 26-06-2020

            
Ancora un ricordo
di Renato Ghiotto

Ilario Bari
Otto maggio 1988. Siamo nell’aula magna delle scuole elementari Manzoni, in un pomeriggio domenicale, profumato dai maggiociondoli del cortile sottostante. Francois Bruzzo, direttore della biblioteca civica, coadiuvato da Giancarlo Giani, presenzia un cerimoniale letterario in onore dell’illustre concittadino scrittore Renato Ghiotto, scomparso due anni prima (10/04/1986). Sulla lunga cattedra presiedono l’assessore della cultura patrocinante l’evento, Attilia Andreasi, affiancata da Fernando Baldini, Emilio Franzina, Neri Pozza e Gianantonio Cibotto. Ospite d’onore del convegno è Ferdinaldo Camon e sono citati come assenti giustificati dalla lontananza, Luigi Meneghello perché in Inghilterra e Silvio Ceccato in quanto a Milano. La fascia di sindaco cinge i fianchi di Dino Zanni. Un attento e interessato parterre è composto dalla moglie di Renato, dai figli e da tutti i componenti della celebre dinastia dei Ghiotto e da una nutrita classe imprenditoriale con a capo il “patron” della Lowara, Renzo, ed una affollata generazione di giovani intellettuali, futuri amministratori comunali della seconda repubblica.
Racconta Neri Pozza, decano dei relatori, con voce rauca, reduce da un malanno, delle sue lunghe conversazioni con il giovane Renato, sul ponte Pusterla, dopo la chiusura del quotidiano locale, nelle silenziose notti del 1945, tra commenti influenzati dall’ attualità della cronaca ed i ricordi delle recenti vicissitudini belliche, con la sensazione di trovarsi di fronte ad un” nuovo principio del mondo”. Renato non menzionava mai il periodo d’internamento nei campi di lavoro in Svizzera a raccogliere patate. Al Giornale di Vicenza lo volle il CLN(comitato di liberazione nazionale) come direttore, a ventidue anni, subito dopo il suo rimpatrio, attorniandosi a sua volta di validi redattori come Gigi Girotti e Licisco Magagnato. Appassionato di cinema, passava il tempo disponibile a gustarsi i film americani degli anni ‘30, coinvolto dalla dinamica dei racconti e delle trame.
Il prof. Fernando Bandini invece si sofferma nel periodo in cui, lui stesso, era studente sfollato ai Giuseppini di Montecchio e siamo negli anni a cavallo del‘43/’44. Un certo padre Zefferino, figura carismatica d’insegnante del convitto, un giorno lo riprese perché essendo troppo bravo nei temi d’italiano, voleva punire la sua superbia. Lo prese in disparte e con fare delicato gli mostrò un prezioso quadernetto, di un suo ex allievo prodigioso. Lo invitò a leggere il contenuto riguardante una composizione sulla primavera, tutta scritta con quartine rimate ed endecasillabi. Il vecchio insegnante setenziò che quel componimento era insuperabile e nulla di più avrebbe potuto fare il pur bravo Fernando. Quel componimento era stato scritto da Renato Ghiotto. Il giovane Bandini confessa ora, che il suo amore per la poesia, iniziò da quell’esempio e capì la forza della scrittura grazie ad una persona che non conosceva.
Lo storico Emilio Franzina narra di un episodio del maggio del ‘39 dove Renato Ghiotto venne prescelto dalla montecchiana “Gioventù Italiana del Littorio” per un concorso provinciale di letteratura ed arte, visti i suoi trascorsi brillanti come ex studente dei Giuseppini. L’allora “Vedetta Fascista” ,divenuta poi Giornale di Vicenza, ne pubblicò i risultati finali. Il vincitore risultò Renato Ghiotto e come secondo fu scelto Franco Barbieri, futuro storico dell’arte. Sembrava l’inizio di una gioventù fascista proiettata come la migliore classe dirigente emergente. Invece la guerra mussoliniana cambiò il destino di molti giovani intellettuali compreso Luigi Meneghello. Nacque all’università di Padova, la vocazione giornalistica di Renato Ghiotto, sia scrivendo per il quotidiano padovano “IL VENETO”, sia per il quindicennale universitario “IL BO”, fucina e laboratorio utile per un’Italia post bellica. Dall’esposizione del prof.Franzina, emerge che Renato fu scelto come direttore del Giornale di Vicenza, dal CLN, dopo una lunga discussione interna, per non dare troppi fastidi all’allora opinione pubblica locale, spaurita dalla guerra di liberazione partigiana, ma soprattutto per non indispettire gli alleati. Renato risultava essere tra i giovani capaci il più equilibrato e non troppo coinvolto negli avvenimenti della liberazione armata del partito d’azione. A suo sostegno ci fu il parere favorevole dell’ avvocato Gallo e di Licisco Magagnato e quindi escludendo un altro candidato quale Luigi Meneghello.
Sulla vita e sulla personalità di Renato Ghiotto si sofferma lo scrittore e grande amico per molti anni Gian Antonio Cibotto. Egli racconta del ritorno di Renato dall’Argentina nel 1952 e dell’aiuto che gli diede offrendogli la collaborazione alla rivista femminile “Stella” con molta soddisfazione per la committenza di cui si è perso traccia nella biografia ufficiale. Scrisse anche su riviste cinematografiche e teatrali ed infine il lancio nella narrativa. Quando si trattò di censire il film di Bernardo Bertolucci “Ultimo tango a Parigi” nel 1972, Renato ebbe molti tentennamenti, perché conoscendo l’Italia di allora, temeva le critiche dei colleghi più celebrati tra i quali anche Moravia. Ebbe una raffinata competenza teatrale tanto che con Romolo Valli ripensarono un Moliere togliendo una patina comica tipica degli autori di allora. Ma i critici, conclude Cibotto, non furono teneri con questo scrittore dai modi eleganti e signorili e dalla personalità attenta e moderata, ma ciò non toglie che lui scrisse dei capolavori come “Adios e Rondò”, anticipando i tempi, perché sono testi molto riflessivi con una scrittura veloce. Saranno i lettori a decretarne il successo.
Rintocchi vespertini del “campanon” del duomo, entrano decisi dai finestroni aperti a confonderne le parole nell’aula, a conclusione di un dì di festa pregno di memorie da romanzo letterario di fine novecento italiano.


CLICCA LO SPOT
Torna in cima