Punto di Montecchio

Punto n.945 del 26-06-2020

            
Museo delle Forze Armate.
Una mostra esemplare.

Giuliano Menato
Sulle cose che non si conoscono si nutrono spesso immotivati pregiudizi. Se esse sono anche importanti, si tende perfino a rimuoverle. Eppure solo la conoscenza scevra da pregiudizi nobilita l’uomo. E, fugando le tenebre dell’ignoranza, lo apre al confronto con gli altri. A questo pensavo visitando per la prima volta, pochi mesi fa, il Museo delle Forze Armate di Montecchio Maggiore, ammirato e frequentato anche da chi viene da lontano.
Contrario per principio alla guerra, non volevo arrendermi alla vista delle armi con le quali si fa la guerra. Il titolo stesso “Museo delle Forze Armate”, mi inquietava non poco. Lo ritenevo dedicato più che agli uomini e ai mezzi destinati alla difesa militare dello Stato, all’offesa e alla violenza indistintamente. Mi sono ricreduto visitando la mostra monografica intitolata “Nel gelo e nel fango, la Campagna Italiana di Russia 1941-43”. Soffermandomi, per occasione, sulle varie sezioni del Museo, che abbraccia l’arco temporale 1914-1945, ho apprezzato la ricca collezione di materiali bellici impiegati nelle imprese militari, ma ancor più la nutrita serie di documenti e cimeli che attestano il contributo di vite umane, il sacrificio di soldati e di civili impegnati nella lotta contro il nemico e nella difesa della libertà. Cosa che fa ben capire «di che lacrime e di che sangue grondi lo scettro a’ regnatori». Insomma è l’insegnamento della storia che prevale, le armi sono presenze strumentali.
“Non per celebrare, ma per ricordare e capire" leggevo a premessa della bellissima mostra monografica, che ricordava la nefasta scelta di inviare un Corpo di Spedizione Italiano in Russia, l’impreparazione nell’affrontare un fronte come quello orientale, ma anche il valore, il sacrificio, la solidarietà umana, il senso di dovere dei nostri soldati.
Le uniformi originali di tutte le divisioni inquadrate nel Corpo di Spedizione e dell’ARMIR, i documenti, gli equipaggiamenti, il materiale fotografico e i mezzi, consentivano al visitatore di compiere «un viaggio cronologico dall’euforia iniziale della spedizione, alle prime vittorie e al Don, fino alla rovinosa ritirata e alle sue tragiche conseguenze ». Mi ha molto impressionato ciò che gli archeologi italiani, coadiuvati dalle autorità russe, hanno recuperato nelle fosse sovietiche, gli ultimi resti dei soldati morti per il gelo, la fame, lo sfinimento per le interminabili marce.
Mi congratulo con i promotori, i curatori, i prestatori, e chiedo loro se tanto impegno sia stato ripagato, se la mostra sia stata visitata soprattutto dalle scuole, di ogni ordine e grado. Altrimenti, mi domando che cosa si insegni, che cosa si impari a scuola.


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